Chi è il burattinaio?
Riflessioni su delirio del mondo e comunicazione che ci sta dietro
Siamo in un momento storico DELIRANTE.
Non è facile mettere insieme, capire, riflettere, trovare delle interpretazioni. Però, come annunciato nella nostra prima newsletter di 7 giorni da, ci vogliamo mettere un ingrediente che pare essere trascurato dai menù algoritmici di oggi: il PENSIERO!
E quindi, coi miei young bros con cui stiamo dando vita a questo progetto di newsletter settimanale, ci siamo messi a ragionare su Trump, Venezuela, Ucraina, Gronlandia… Minneapolis.
Allora ho spiegato che, seppure Trump ce la metta tutta per farci pensare il contrario, nessuno dice cose a caso e fa azioni a caso. Bisogna un pochino andare oltre, mettere i fatti in scala, studiare la storia, approfondire, raccogliere tanti pareri… e da lì siamo andati a riflettere sugli inquietanti scenari geopolitici di oggi.
Ho raccontato a Grego, Matte e Lore della Teoria del Pazzo, inaugurata dal vecchio presidente americano Nixon e riadottata con tutta la pazzia possibile da The Donald.
La Teoria del pazzo (o Madman Theory) è una strategia di politica estera che mira a spaventare gli avversari facendogli credere di essere disposti a reagire in modo irrazionale e sproporzionato, rendendo la propria imprevedibilità un vantaggio negoziale
Poi dà lì abbiamo ragionato sugli slogan, le comunicazioni, le frasi e i post dei protagonisti della scena pubblica di oggi. E siamo finiti ai parlare degli speechwriter, o ghostwriter, o addetti alla comunicazione, o usate una parola in lingua a vostra scelta che farà sicuramente figo.
In fondo è un po’ quello che, da autore tv, faccio io: aiuto chi conduce un programma, un vodcast, un’intervista, un evento, a mettere insieme dei percorsi narrativi di senso che arrivino in modo più efficace al target. Non siamo dei burattinai, ma lavoriamo sulla qualità dei contenuti. Facile dire “sì ma glielo scrivono”, più complesso rendersi conto del processo creativo, strategico e di senso che porta a definire insieme delle scelte di contenuto che vanno poi a confezionare il risultato.
In politica, vista responsabilità e quantità di attori in ballo, la posta in gioco è ancora più alta: avere un “autore” forte, può fare tutta la differenza del mondo.
E così, il talentuoso Grego, non ancora maggiorenne, fiorentino, non interessato al calcio, ma invece molto alla società, al giornalismo e a cosa gli accade intorno, si è preso la briga di scrivere un bel pezzo sugli speechwriter nella politica statunitense. A voi la lettura (ci ritroviamo, tra 4 minuti) più sotto.
Spoiler: i geni dietro gli slogan più di successo della politica americana, JFK, Obama, cosa significa Tycoon, lo stile aggressivo usato da Trump.
E’ tutto farina del mio sacco
- ma non è tutto petrolio del suo barile
Li senti, ma non li vedi; chi sono? Se questo fosse un indovinello, la soluzione sarebbe: gli speechwriter. Ovvero coloro che si occupano di scrivere discorsi ad hoc per altre persone.
Dietro ad ogni politico ce n’è uno, ma spesso nessuno li conosce, anche se le loro parole arrivano a milioni di persone.
Alcuni esempi?
“Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese.”
Chi non ha mai sentito questa frase? Poche parole rimaste nella memoria di tutti gli americani, che vennero pronunciate da John Fitzgerald Kennedy durante il discorso di insediamento nel 1961. Ma la verità è che, quel discorso, non lo scrisse lui, o almeno non lui da solo, ma venne aiutato da Ted Sorensen, il suo “scrittore dei discorsi”, se vogliamo dirlo in italiano.
Sorensen lavorò a stretto contatto con Kennedy fin dal 1953 e scrisse alcuni dei più celebri di discorsi di JFK, inoltre collaborò con l’ex presidente per la stesura del libro “Profili di coraggio”, che nel 1956 vinse il Premio Pulitzer.
Durante le elezioni per il 44esimo presidente USA, “Yes we can” divenne il motto della campagna elettorale di Barack Obama, ma, ancora una volta, quello slogan, tanto semplice, quanto efficace, non fu opera dell’ex presidente ma di Jon Favreau, il capo-speechwriter della Casa Bianca del tempo. Favreau seguì prima la campagna presidenziale di John Kerry e dopo, nel 2005, Robert Gibbs lo raccomandò ad Obama quando ancora era senatore per l’Illinois e continuarono a lavorare insieme per tutta la durata del mandato alla Casa Bianca.
E poi c’è Donald Trump che, per il suo secondo mandato, ha scelto di nominare Ross Worthington capo-speechwriter della White House.
Il Tycoon (piccola curiosità: Trump viene chiamato così perché questo termine deriva dal giapponese “taicun”, a sua volta dal cinese, e significa “grande signore” o “comandante supremo” e oggi, viene utilizzato per indicare figure con grande influenza economica e sociale), in tutti gli eventi pubblici, si presenta con forza e molto sicuro di sé, riuscendo a comunicare e portare la situazione a proprio vantaggio anche quando inizialmente non è dalla sua parte, ma per fare questo ricorre spesso a varie tecniche:
Uso di un linguaggio diretto: sono poche le volte in cui Mr. president usa mezzi termini, potremmo dire che non ha peli sulla lingua. Crea slogan che riescono a consolidare la base elettorale, come il motto “MAGA” - “Make America Great Again” - diventato simbolo del suo mandato e anche nel vecchio continente non sono mancate le imitazioni: in Spagna il partito Vox ha detto “Hacer a España grande otra vez”, o in Germania “Make Germany Great Again”, insomma, avete capito, viene cambiato il paese ma la forma è sempre la stessa.
Inoltre, Trump, utilizza un linguaggio polarizzante, un semplice esempio è nel “noi” e “voi”, infine nei suoi discorsi le frasi sono brevi e semplici così da essere molto dirette e capite da tutti.
Attacco ai media: in moltissime interviste non sono mancati attacchi a giornalisti e screditazioni a testate note. “La giornalista più odiosa di tutti è qui”, “sei una terribile giornalista”, o ancora “è una giornalista di ABC fake news”. In questo modo, non solo scredita il giornalista in prima persona, ma delegittima la testata così da farla apparire come non affidabile.
Uso dei social media: i social sono per Trump uno strumento importantissimo perché gli consentono di pubblicare brevi news, commenti, video e meme senza intermediari e di arrivare direttamente a tutti, sostenitori e non. Tanto che nel febbraio del 2022, in seguito alla decisione di Facebook e Twitter di chiudere il profilo di Trump dopo l’assalto al Campidoglio nel 2021, il tycoon ha lanciato “Truth social”, il suo social network dal nome non a caso, “truth”, infatti, significa “verità”.
Insomma, la prossima volta, quando sentiremo parlare un politico, una celebrità o un amministratore delegato ricordiamoci che, probabilmente, quello che dice non è tutta farina del suo sacco, o nel caso di Trump, petrolio del suo barile.
Grazie Grego. Molto interessante. Gli speechwriter non sono “burattinai”, sono professionisti della comunicazione che cercano delle strategie comunicative persuadenti utili a raggiungere l’elettorato di riferimento.
Ma occhio a non diventare noi i burattini. Mai come ora bisogna leggere, studiare, informarsi, cercare di capire. Con umiltà, fatica e soddisfazione.
Perché c’è poco di più bello che mettersi nel cammino di scoperta ed alla fine godersi la propria piccola soddisfazione.
E la senti, anche nella call di sabato mattina all’alba, quando chiacchierano per un’oretta un autore che naviga verso i 42 e tre ragazzi desiderosi che nuotano attorno alla maggiore età.
TIPS di questa settimana passate ai regaz:
esplorare Il Post come bussola informativa di oggi su come fare informazione rigorosa risultando sempre interessanti
tenersi pronti a seguire le Olimpiadi dal punto di vista della comunicazione
febbraio è sempre pieno di battaglie comunicative tra San Valentino, Sanremo, San Biagio (per i boomer che se ne ricordano)
Leggere “Il Giovane Holden”
Scoprire che San Francesco era rock and roll
Ci si ribecca qui. Tra 7 giorni. Sapendo di scoprire cose nuove, sorridendo e diventando più consapevoli.
Poteva andare peggio, dai.
“Poteva andare peggio” è un progetto inaugurato senza motivi né obiettivi apparenti da Francesco Carabelli, autore, portando a bordo della disperata ma entusiasmante missione tre giovani studenti appassionati di comunicazione: Gregorio, Matteo, Lorenzo, più anziani di Francesco solo se si sommano le loro tre età.
Miglioreremo. Promesso








🔝💪🏼